domenica, febbraio 11, 2007

Ci penso e poi ti dico

Questi quattro cinque mesi di stop sono la prova che non sono un blogger professionista. Che ho una vita sociale anch'io. Che ho amici veri.Che qualcuno mi pensa. Che mangio a tavola come tutti e senza poggiare i gomiti sul tavolo. Che il sabato sera vado in discoteca e con le scarpe giuste. Che ricevo qualche squillo da una femmina e non è mia mamma. Che sono capace di sganciare il ferretto di un reggiseno con una mano e a buio pesto. Che le sigarette sono aumentate. Che una figa costa più di un mutuo. Che la palestra è piena di imbecilli. Che fuori è bello tutto. Che il mondo è vario. Che quantèbellagiovinezza.
Questo post però è anche la dimostrazione che non sono un essere sociale a norma e che senza raccontare ciò che vedo, ascolto, sfioro, assaggio, lecco, vomito, rutto, mi brucia, mi bagna, mi passa, mi schiaccia, mi intossica non riesco a vivere. O meglio non riesco a capire ciò che vivo ed è proprio questo il bello del blog. Se non scrivi ciò che vivi è come se vivessi in una terza persona, in una particella pronominale, tipo "on" in francese. E questo mi è mancato. Solo scrivendo posso vedere my life so far.

sabato, settembre 30, 2006

Oggi pensavo a te

ORE DIECI E VENTUNO MINUTI AM, BOLOGNA

Effe: " Ti disturbo?"
Elle: " No.. ma che c'è?"
Effe: " Oggi pensavo a te, sai. Dovevo stampare na' cosa e mi sei venuta in mente, così.. dal niente."
Elle: " Che significa dal niente, scusa..??"
Effe: " ..mmh..non so, cioè pensavo ad altro..dai che hai capito.."
Elle: " Si si, ho capito..tu e il niente..ascolta, ho da fare qui in ufficio, ho il boss dietro di me che si è svegliato più incazzato del solito, non ha ancora preso il caffè e neanche io..facciamo che..dai, puoi chiamarmi più tardi?
Effe: " Ma se sei su msn da mezz'ora e parlavi con Lucia, me lo ha detto lei...dai, non fare la stronza! Ti devo dire una cosa sola .."

ORE NOVE E TRENTA MINUTI, AM, BOLOGNA

Avevo appena aperto gli occhi ma ero in piedi già da un quarto d'ora. Ero sicuramente andato in bagno a svuotare e poi avevo ciondolato in cucina alla ricerca di una bottiglia d'acqua che contenesse acqua. Ve ne erano certe semivuote con cicche di sigarette galleggianti, altre con residui di vodka e cola sopravissute alla notte. La tapparella era ancora abbassata e non avevo trovato ancora la ciabatta sinistra.
Ero seduto mezzo nudo, con le labbra essiccate e un rivolo di bava pronto a precipitare sul mento. Guardavo il pc accendersi e la stanza cominciava a prendere forma.
Avrei dovuto stampare un modulo che prima avrei dovuto compilare e poi inviare via posta entro le dodici. E così feci.
Accesi la stampante e mi chinai per prendere il pacco di fogli bianchi. Lo poggiai sul desk e mentre Acrobat Reader caricava il file, sfilai due tre fogli dal pacco.
Ahhhhhhiiiiiiiiii.
Ogni volta che mi taglio con la carta resto sorpreso. Guardo quel taglietto e resto sbigottito. Quel rivoletto di sangue in rapida eruzione mi allibisce. Resta una di quelle cose che non riesco a prevedere dopo anni di baldanzosa adolescienza. Se mi taglio con le forbici o il coltello, comincio a bestemmiare o imprecare. Se mi schiaccio le dita con il martello, lo lancio via e comincio a rincorrerlo, sempre imprecando. Con la carta invece c'è meraviglia. Quasi come schiacciarsi la lingua. E non so bene il motivo. Forse perchè non ci si aspetterebbe mai che un essere così innocente e candido, un immacolato foglio di carta, leggero e disarmato possa provocare tanto fastidio e dolore. Pur sempre momentaneo, ma comunque dolore. Ecco, cara, oggi pensavo proprio a te e non sapevo il perchè fino a quando non ho visto il pacco di fogli sulla mia scrivania. C'era scritto 500 sheet...SHEET..non è proprio così che mi sei venuta in mente ma all'orecchio suona uguale, cara.
Ho succhiato il dito sanguinante e ho preso il telefono.

martedì, settembre 26, 2006

Io, l'Ibook e la buccia di banana sotto l'ombrello

Siamo rimasti io, il mio Mac e la buccia di banana su questo desk. Tutti e tre senza l'idea di cosa fare stanotte. Entrambi stravolti dalla giornata. Scialbi meteo-victims. O meglio in italiano, metereopatici, che suona più come una patologia (?).
Io, completamente obnubilato, dopo ore passate ad osservare la pioggia infrangersi contro la macchina lasciata fuori dal garage probabilmente con un finestrino semiaperto, accidioso come un papa bavarese ai tempi delle crociate, guardo fisso il soffitto aspettando un messaggino di buonanotte da chi dorme o si lascia vivere in letti non distanti ma sospetti. Nella gelosa quanto inutile attesa abbozzo una compiacente e maliziosa mail a quella (s)conosciuta al corso di spagnolo, che è in stand-by da troppo tempo e rischia di cancellarsi automaticamente, e magari è dimagrita pure un pochino.
Il mio adorato Mac, sensibile alle escursioni termiche e alla gente incompetente, risponde a singhiozzi ai miei comandi, perdendo completamente i sensi dinanzi ai seni di Ainett Stephens e lasciandomi intravedere quel mezzo capezzolo che serve ma poi mi decido ad ammainare la bandiera. Il cestino è pieno da oltre un secolo e dal suo sguardo vacuo si intuisce la voglia di cagare al più presto e di tirare la catenina del cesso, includendo anche il suo padrone nel vortice.
Chi sembra avere l'aria meno annebbiata è quel che resta della banana (non è il solito porno). La sua anima ha abbandonato la terra in pochi secondi a causa della richiesta di alcune farfalle rinchiuse nel mio stomaco. Considerato che le ultime specie di sesso femminile ad interagire con il mio corpo erano state le lussuriose zanzare tigre quest'estate, ho soddisfatto le loro voglie prodigando un 25 cm di dorata buccia delle coste eritree.
Insomma siam rimasti in tre e non abbiamo combinato nulla questa notte. Come vendere ghiaccio agli esquimesi, il tentativo di rendere la giornata colorata ha avuto un esito negativo. Tutta colpa della pioggia. Tanto lo so che domani non pioverà. Ho appena visto tre telegiornali e due reality su una scuola di comici fuori Milano (Tg4 e Studio Aperto). Non piove in quella parte dello zoccolo. Mi posso mettere a letto e sentirmi felice. Guardo obnubilato il soffitto. E piove

giovedì, settembre 21, 2006

La semantica dell'amore 2

E ci sediamo a guardare i Simpson. Alle sette di sera. Lo facciamo come se fosse un gioco, ma entrambe sappiamo perfettamente che ogni giorno che passa la nostra situazione somiglia sempre di più a quella di una coppia sposata. Cos'è una coppia di coniugi se non un sistema di complicità?In definitiva è soltanto questo. Tutto il resto può esserci oppure no: l'amore, i figli, il sesso accettabile o pessimo, la routine,le abitudine quotidiane, la confidenza o la reciproca diffidenza, le gelosie, i ricordi, le confessioni riguardo alla vita precedente di ciascuno,i segreti che non saranno mai rivelati, cucinare qualcosa insieme, una birra, un bicchiere di vino, guardare la luce dorata del tramonto. Sono piccoli dettagli senza importanza, forse.
Però, poco a poco, tra i due si instaura un sistema di complicità. Tutto, persino guardare il crepuscolo assieme, fa parte di questo sistema. E senza rendersene conto, che ci siano o meno le carte bollate di mezzo, si scivola nell'ingranaggio del matrimonio. So quello che dico. Mi è successo già altre volte.

(P.J.G.)

mercoledì, settembre 20, 2006

La semantica dell'amore

"Non mi ami?"
"Amare è molto difficile. Temo che in inglese non ci siano le sfumature adatte. Si dice 'I love you' e basta. Ma in spagnolo sì che ce ne sono"
"Quali?"
" 'Te quiero', 'me gustas' è un pò meno di 'te amo', 'te adoro' ".
"Così tante? Come se fossero in scala?"
"Almeno nel mio spagnolo è così"
"Allora me lo stai spiegando per dirmi che non mi ami?"
"La semantica dell'amore. Ti voglio bene e mi piaci. Fin qui ci siamo. Non mettermi fretta perchè sono un tipo lento"
"Io sì che ti amo. Totalmente. Ti amo"
"Meglio così. Comincia a soffrire subito. Io ti raggiungo più avanti"

(P.J.G.)

domenica, settembre 17, 2006

Cronaca di una domenica annunciata

A.S. Ho tredici minuti per scrivere qualcosa che mi riguarda e poi i Bastoncini Findus saranno pronti (che non significa mangiabili).

Ma poi. Qualcosa che mi riguarda? Bisognerebbe chiedere ad altri. Io non sono adatto. Il problema è che se qualcuno dovesse raccontare cosa mi è successo in questi ultimi giorni l'unico testimone oculare sarebbe il mio letto. Certo, esistono altre circostanze in cui mi sarebbe piaciuto che il letto fosse un osservatore discreto delle mie ultime 48 ore ma purtroppo non è proprio quel caso. Neanche l'ombra di un estrogeno. Insomma niente sesso. Non ho consumato nient'altro che kleenex. E per debellare un principio di raffreddore, mica per... Maledetta pioggia. Insomma tredici minuti sono pure troppi. Per parlare di me. Eh.
Sempre più spesso cerco di porre rimedio all'incipiente dissoluzione del mio modus vivendi. Mi costruisco marchingegni temporali per annientare qualche vizietto. Cerco di concedere al vizio un arco vitale di un moscerino in autostrada. Le lascio una sorta di vita di scorta tra due vite importanti.
Non fumo più in cucina mentre aspetto che il caffè esca.No.No. Mi lavo qualche piatto. Mi leggo il televideo. Mi taglio le unghia. Ma stop al fumo. E mi sento un grande. Virtuoso domatore degli istinti. Insomma un Julien Sorel de noantri.
Ma poi collego iTunes e metto Lei, la divina tigre, e mi sento il solito coglione di ieri, alle quattro di notte.

Con me tu puoi
Fumare la tua pipa quando vuoi
Perché mi piaci molto di più
E sei così romantico

Fumo blu, fumo blu
Una nuvola e dentro tu
E poi, e poi se un uomo sa di fumo
Ma sì, ma sì è veramente un uomo
E ti amerò finché vorrai
proprio perché sei così

Ta ra ta ta ta ta - ta ra ra ta ta
Un uomo (è un uomo)
Quando sa (di fumo)
ra ta ta
Un uomo (è un uomo)
Quando sa (di fumo)
E un bacio vale dieci dato da te

venerdì, settembre 15, 2006

Some bastard stole the front wheel of my bicycle

Era ancora lì, moribonda. Legata al palo. Agonizzante come Apollo Creed. In piedi o quasi, con le chiappe schiacciate contro la tabella pubblicitaria. E' la mia bici. Col mento a terra e il culo rinsecchito. Sembra una pornodiva che lo prende da dietro da un'ora e non riesce più a gemere.
Ed eccola lì. Mi guarda come si guarda chi non rispetta la fila al market. O forse come chi, presa da dietro, non distingue più il dolore dal piacere. Mi chiede perchè fossi partito senza salutarla. Non rispondo. Con tono supplichevole sostiene di avermi aspettato un'estate intera. Proprio lì, legata al palo verdognolo. Ma io non le credo. Anzi prendo fiato per replicare. Le rinfaccio con sarcasmo che avrebbe fatto la corte al primo bel culetto che fosse passato di lì. Ma mi rendo conto di aver sparlato. Nella testa sempre la solita frase maledetta. Incosciamente rimbomba. Quella che dice : A me piacciono i bei culetti sodi, tipo quello del tuo amico. Ah! E ancora quella frase mi torna in mente. Lei, resta basita, abbassa lo sguardo. Non sa che rispondere.Ancora una scenata di gelosia. Siamo alle solite. Mi rendo conto di essere stato troppo duro e quindi cambio tono. Mi calmo e chiede venia. Ritorno in me. Riafferro la valigia e faccio il primo passo verso il portone di casa. Roncato sfera scorre maluccio sull'asfalto e il rumore è tipo quello della pellicola che scorre a film finito. Capisco che sto per lasciare tutto su quel palo.Verdognolo. E mentre aspetto che lei mi riprenda, mi dica almeno fermati o qualcosa, io accelero e mi avvicino all'entrata dello stabile. Faccio uscire il mazzo di chiavi dalla tasca dei jeans e, senza avere nemmeno il tempo di pentirmi, ritrovo la chiave che volevo, la metto nella serratura. Dietro di me il silenzio è assordante.
Sono ancora tre giorni e il silenzio permane là sotto, vicino alla mia bici. Arrivederci amore ciao.